Come avere successo nel fotogiornalismo

Il seguente articolo è una traduzione dall’originale che potete trovare qua: http://thegroundtruthproject.org/navigator-photojournalism-advice-ed-kashi/

Di Ed Kashi ho pubblicato un altro articolo sul blog che potete leggere qua: http://marcoscotto.it/theblog/le-conseguenze-non-dette-della-vita-di-un-fotogiornalista/

Agli inizi della sua carriera, il pluripremiato fotogiornalista e produttore video Ed Kashi ha preso un aereo da S.Francisco e ha volato sino alla costa est dove ha incontrato circa 30 direttori responsabili in una sola settimana tra New York, Boston e Washington DC e, anche se spesso li ha impressionati con le sue foto, a conclusione di questi incontri si domandava come questi fossero andati.

“Qualcuno potrebbe entrare dal direttore responsabile cinque minuti dopo di me e affascinarlo a tal punto col suo lavoro che io verrei dimenticato”, dice, “è nell’ordine delle cose”.

Ed Kashi ha costruito la sua carriera realizzando progetti personali e sottoponendo le sue idee al National Geographic, Time Magazine, The New York Times Magazine e molti altri. Da qualche tempo si fa rappresentare dall’agenzia fotogiornalistica VII e continua a lavorare come fotogiornalista, regista, autore, tutor e fondatore di un’organizzazione no-profit chiamata “Talking Eyes Media“. Inoltre collabora con “The GroundTruth Project” su una serie di progetti, compresa la produzione e il tutoraggio per “The Great Divide“, uno speciale resoconto sulle diseguaglianze economiche globali e, con un film in arrivo, esplora i collegamenti tra i cambiamenti climatici e la diffusione del virus Zika in Porto Rico.

Ma nonostante tutti questi traguardi raggiunti, Kashi afferma che sta ancora facendosi strada tra le sfide del lavorare nella “estremamente satura professione” del fotogiornalista.

“Nulla è semplice o ti viene regalato questo è certo, ma c’è sempre quel senso di ‘se non avessi fatto questo non avrei saputo che altro fare'”.

Durante l’intervista ha elargito consigli e ha risposto alle domande che gli sono state sottoposte da fotogiornalisti agli inizi della propria carriera. Di seguito un estratto dell’intervista.

Che consigli daresti a chi è agli inizi della propria carriera?

E’ lo stesso che mi sono dato io: lavorare a progetti personali. Bisogna trovare temi o storie che realmente ti conquistano – che veramente ti interessano – perchè è su queste cose che darai il massimo. Non devi necessariamente cercare storie in zone di guerra… C’è questo grande autore, Paul Strand di cui ho sempre amato una frase che dice pressapoco così: potrei spendere il resto della mia vita fotografando il mio cortile e non riuscirei a completare il tema offerto dal mio soggetto… Lo so che è molto romantico ma mi piace come concetto. Delle volte ha più senso trovare delle storie vicino a te, cosicché tu possa concentrare al meglio le risorse, le energie e il tempo sul soggetto piuttosto che perdere tempo aspettando di ottenere i permessi dai militari.

Qual’è la tua ricetta per una buona fotografia? So che il termine che usi per il tuo lavoro è “sincera spontaneità”

Sono realmente commosso quando sento qualcuno dire “non posso credere quanto personali siano le tue foto ed è come se tu non fossi presente”. Questo è quello che intendo per sincera spontaneità. Sto permettendo ai miei spettatori di sentire che sono vicino al soggetto e che stanno guardando qualcosa di più eloquente, soggettivo e vulnerabile. Ma ciò riflette  chi sono io – io non sono uno scenziato. Sono l’unico che piange mentre fotografo la morte.

Quali sono i suggerimenti migliori che daresti ai giovani fotografi senza una rete di contatti per proporre i loro lavori?

Se è qualcuno che non conosco o che non posso presumere che mi conosca, devo essere diretto e breve. Non iniziare una storia con i dettagli di secondaria importanza e non spedire una cartella con 20 Megabyte di foto. Invia un link. Devi presumere che chi riceve le tue foto sia dannatamente impegnato e non abbia alcuna ragione di preoccuparsi del tuo lavoro, quindi non puoi obbligarli a leggere testi lunghissimi. E devi includere qualcosa che dia loro una ragione per risponderti.

Quindi, secondo te, il metodo migliore per sottoporre un lavoro è tramite e-mail?

Qualche volta non hai nessuna scelta, ma è meglio di niente. Ho fatto così per quarant’anni e con una certa insistenza per circa trenta come giornalista di fama internazionale – e nonostante ciò sono stupito di come i direttori dei maggiori organi di stampa , anche direttori con cui ho lavorato in precedenza, siano restii a contattarmi quando lancio delle idee. Quindi, se sei un perfetto sconosciuto ciò potrebbe essere realmente scoraggiante. In un certo senso noi dobbiamo affrontare le stesse difficoltà, ovvero editori realmente oberati di richieste. Questi sono anche in una posizione di potere. E’ nell’ordine delle cose. Ed è per questo motivo che io ho sempre – e tuttora così faccio – pensato che ognuno debba lavorare su progetti personali, perchè è qualcosa di cui non potranno mai privarti.

Quindi, qual’è la migliore strategia per essere notati dai direttori editoriali?

Prova a seguire diverse strade – se hai vinto un premio, hai una forte presenza sui social media o un sito web fantastico o un account Instagram – avrai maggiori possibilità di essere notato.

So che i maggiori foto editors scandagliano instagram per cercare nuovi talenti, una cosa per me assurda, ma è il mondo in cui viviamo oggi. Alcuni direttori diranno che sul tuo account Instagram dovresti seguire un certo stile e che non vogliono vedere le tue foto private e che dovresti avere qualcosa che somiglia a un portfolio.

Quali altre caratteristiche sono richieste per avere successo?

Nel mondo di oggi non basta fare solo fotografie se vuoi un lavoro a tempo pieno. Devi essere capace di a registrare suoni, filmati e magari saperli editare. Se non riesci ad essere assunto come fotografo o come operatore video, potresti essere assunto per fare post produzione o editing video, se conosci Adobe Premiere. Potrebbe non essere questo il lavoro dei tuoi sogni ma è un modo per rimanere nell’ambiente, imparare sempre di più e farti una vita.

Cosa pensi dei fotografi che dividono il loro tempo tra fotogiornalismo  lavori commerciali? Stanno minando la loro integrità come fotogiornalisti?

E’ una stronzata, il fatto che tu diventi un venduto facendo fotografia commerciale. Il grosso del lavoro dei fotografi Magnum degli anni ’70/’80 consisteva nel fare i report annuali per le grandi corporazioni. Di sicuro non si guadagnavano da vivere facendo servizi per il National Geographic o per Life.

Bruce Davidson- il tizio il cui stile se l’è creato negli anni ’50 fotografando le bande a New York e la vita degli afro-americani negli edifici popolari e di seguito seguendo i movimenti per i diritti civili agli inizi degli anni ’60. Ma il grosso del suo lavoro erano gli aziendali.  Così, per me, fare lavori commerciali significa “ottimo, prendo un lavoro che mi consente di guadagnare 3/4mila dollari in un giorno che mi serviranno per finanziare i miei progetti personali e pagare i conti”.

Ti sei mai sentito scoraggiato dalle tariffe del fotogiornalismo?

Sì. Un make-up artist in un servizio di moda guadagna più di ciò che io prendo per un servizio del National Geographic. Bisogna essere realisti. Il fotogiornalismo è uno dei settori meno pagati della fotografia. Sta diventanto sempre più difficile con la crisi del settore, specialmente con la perdita dei guadagni dovuti dalla rivendita delle foto di archivio e la morte del lavoro su incarico per gli editoriali. Dobbiamo trovare altri modi per guadagnare, che siano lavori commerciali, conferenze, insegnamento, vendita di libri o lavori per le corporazioni.

In altre parole, devi realmente amare questo lavoro per volerlo fare, giusto?

Sì. Non è un lavoro per deboli di cuore. Ciò non significa che tu non  possa farlo o che ci sia qualcosa di sbagliato in te (risate). Ma solo il fatto che io abbia fatto della mia passione la mia vita mi rende un privilegiato. Quindi sii umile e compassionevole – e quando hai queste qualità puoi resistere alla puzza di merda e del piscio in un sottopassaggio o puoi resistere al fatto di trovarti al fianco di combattenti ribelli messi alle corde – perchè c’è questa grande missione o fede in ciò che stai facendo e lo scopo per cui lo fai.

 

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