Come trovare il proprio stile nella fotografia documentaria

Ho trovato questo interessante articolo che illustra come due fotografi Magnum hanno trovato il proprio stile nella fotografia documentaria. L’ho tradotto per voi, buona lettura. Nell’articolo originale trovate anche alcune delle foto realizzate dai due fotografi.

Oltre ad avere la massima padronanza delle tecniche base, la sfida più grande per un fotografo documentarista quando la pratica serve a forgiare un proprio stile. Uno degli errori più comuni è quello di ispirarsi troppo al lavoro dei fotografi più noti e quotati. “Sii onesto con te stesso”, fu questo il consiglio più importante che Bieke Deeporter, divenuto membro effetivo di Magnum nel 2016, ricevette dai membri più anziani.

In un dibattito organizzato da Magnum a Barbican, nei pressi di Londra, Deporteer e il fresco di nomina Max Pinckers illustrarono come avevano sviluppato il loro stile. Un approccio era supportato dalla teoria e l’altro era frutto dei sentimenti e le emozioni personali dei fotografi.

L’approccio teorico

Max Pinckers sviluppò il suo stile durante gli studi alla Royal Academy of Fine Arts a Ghent, Belgio, dove le sue riflessioni iniziarono a configurarsi intorno alla questione dell’autenticità. “Mi sono sempre interrogato sia come produttore che come fotografo, in merito alla relazione tra il soggetto materiale e l’immagine prodotta, e quanto queste possano comunicare una forma di verità”, ha detto.

“Sei in grado di scattare una foto di qualcosa, di qualcuno o di un evento e poi tornare a casa e sperare che le persone capiscano ciò che hai fotografato? Questo mi ha portato a realizzare un reportage su qualcosa che ancora non si è in grado di visualizzare, a cui tu non puoi puntare l’obiettivo e scattare. E l’ho fatto perchè se ero capace di realizzare un simile progetto, allora ero in grado anche di fotografare qualcosa di noto”.

Lavorando con l’artista Quinten De Bruyn, Pinckers ha viaggiato sino alla Thailandia per documentare la famosa comunità transgender locale. Essendo cresciuto nel sud-est asiatico aveva già familiarità con quella parte del mondo. Come studente di fotografia voleva sfruttare l’ambiente come veicolo per esplorare il fotogiornalismo come mezzo di informazione.

“Ciò a cui eravamo interessati erano i motivi del perchè certi canoni estetici si applicano alla fotografia documentaria o al fotogiornalismo. Quali sono le motivazioni estetiche da scegliere quando sei sul campo a fotografare determinati soggetti? Perchè le immagini documentarie devono essere belle o piacevoli da guardare? Anche se il soggetto è totalmente in conflitto con questi canoni?

Abbiamo scelto quel determinato soggetto perchè erano andati incontro ad alcune trasformazioni, interventi chirurgici che cambiavano il loro aspetto da maschile a femminile. Cammini per le strade e non puoi mai essere sicuro se stai guardando un uomo o una donna. E questo è interessante perchè era esattamente ciò che volevamo comunicare con le nostre immagini: l’autenticità di ciò che lo spettatore stava guardando”.

Lavorando insieme, la coppia è partita con un piano di lavoro prefissato, laddove uno si occupava di impostare le luci, l’altro spostava i mobili così da poter creare una buona composizione, creando al contempo una perfetta ambientazione con luce teatrale. Preparata la scenografia si trattava di aspettare che le persone si abituassero a questo ambiente sentendosi così a proprio agio. “All’improvviso ciò accadde e potemmo iniziare a scattare cogliendo momenti o azioni spontanee. Ciò che volevamo era un’estetica teatrale ma al contempo catturare qualcosa che non fosse pilotato”.

Questo ha portato a un altro progetto che catturasse sia la fisicità del soggetto ma che ponesse questioni circa la teoria e l’autenticità della fotografia. Pinckers voleva documentare quanto Bollywood fosse così onnipresente nella cultura indiana. “Certo, puoi fare questo fotografando le locandine dei film o andare dietro le scene e fotografare attori e registi e cercare di spiegare che questa è una parte importante della società. Ma queste immagini non te lo mostreranno”. Invece il fotografo ha preferito allestire un set per strada chiedendo poi ai passanti di essere i suoi attori. “Il fatto che le persone si prestassero volentieri a questa ‘recita’ balzando davanti alla fotocamera e dimostrando quanto potente fosse per loro questa fantasia cinematografica. Questo era un altro metodo che ho sviluppato per raggiungere il mio scopo, per raccontare ciò che avevo in mente pur mantenendo uno stile documentario”.

Senti la tua strada

Bieke Deporteer, fotografa membro di Magnum,e anche lei formatasi presso la Royal Academy of Fine Arts in Ghent, ha sviluppato il suo stile documentaristico in maniera diametralmente opposta a Pinckers. Piuttosto che partire dalla teoria ha preferito partire da un approccio intuitivo. Non essendo cresciuta in mezzo alla fotografia – la sua prima visita a un museo avviene quando è già studentessa di fotografia – ha avuto pochi punti di riferimento su cui lavorare, così ha basato il suo approccio su ciò che sentiva adeguato a lei.

Nel 2009 Deporteer ha viaggiato attraverso la Russia fotografando le persone nelle case in cui lei trascorreva la notte per il suo progetto di diploma “Ou Menya” che ha vinto numerosi premi, tra cui il Magnum Expression Award e che è stato poi pubblicato sotto forma di libro nel 2011.

“Volevo viaggiare sulla Trans-Siberiana, fermarmi nei piccoli villaggi e fotografarli. Non avendo soldi per gli alberghi ho chiesto alla prima persona che ho incontrato a Mosca e che parlasse inglese di scrivermi una lettera dicendo ‘Cerco posto per dormire’ così avrei potuto trovare un posto dove dormire ogni notte. La prima notte sono capitata in un piccolo villaggio e stava facendo buio così ho mostrato la lettera alle persone e qualcuno ha accettato. E’ stata un’esperienza importante perchè scattavo e prendevo sempre più confidenza con la fotografia”.

Prima di questo, Deporteer faticava a trovare il suo spazio, sperimentando la street photography con la quale però non si è mai sentita a suo agio. “Ho sempre provato a essere una street-photographer, ma mi sentivo come se rubassi le immagini delle persone. Quando mi fermavo per la notte la gente si apriva e io potevo scattare immagini di momenti molto privati. Così ho pensato che avrei potuto farlo ogni notte e concentrarmi sull’intimità delle famiglie e vedere cosa succedeva durante il viaggio.”

Non avendo avuto come street-photographer, ha avuto la possibilità di coltivare la sua capacità nel cogliere ritratti molto personali, sviluppando nel contempo una passione particolare per le ore a cavallo del tramonto. Passando i pomeriggi con le persone che le davano ospitalità, lei entrava in confidenza con queste persone e riusciva a cogliere dei ritratti veramente molto personali, soprattutto scattando poco prima che i soggetti andassero a dormire.

“Gli attimi prima di andare a dormire sono molto intensi ed è qualcosa che mi piace cogliere. Quando siamo fuori casa spesso pensiamo di essere qualcun’altro così, quando la gente torna a casa torna ad essere più autentica. Quando stai per andare a dormire, quello è il momento in cui ti prendi realmente del tempo per te stesso ed è questo che io desideravo fotografare”.

 

 

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