Boris Mikhailov

Prima era complicato, ma adesso è troppo facile e questo non va bene. Le proibizioni ci spingono a cercare nuove strade.

Così osserva il fotografo ucraino Boris Mikhailov, che oggi vive tra Berlino e Kharkiv, sua città natale.

La vecchia Unione Sovietica aveva, come tutti i regimi restrittivi, per determinare e controllare la vita politica, sociale e culturale della popolazione. I fotogrfafi avevano le loro regole speciali quali, ad esempio, il divieto di fotografare le stazioni dei treni, o altre strutture da una certa altezza, o scattare foto che potessero gettare discredito all’URSS e ai suoi risultati, o fotografare documenti. Negli anni ’60 Mikhailov lavorava come ingegnere a Kharkiv ma venne licenziato quando gli trovarono foto di nudo di sua moglie. Successivamente pensò “il comunismo non aveva religioni con cui spaventare la gente, così vietò le nudità, non per una questione morale ma solo perchè avremmo potuto vergognarci di noi stessi”.

Mikhailov fu un appassionato fotografo che iniziò a prendere sul serio la fotografia e piuttosto che cercare di aggirare le restrizioni fece l’esatto opposto, ovvero le interpretò alla lettera. In risposta al diktat secondo cui non era vietato gettare discredito sullo stile di vita sovietico, Mikhailov realizzò The Red Series (1968-1975) nel quale fotografò le interminabili sfilate di regime e le fiere agricole. Egli immortalò questi ripetitivi, immutabili eventi e i volti annoiati dei partecipanti obbligati a sorridere. Osservando da vicino e documentando ciò che vedeva, egli smascherava l’Apparato Sovietico, rappresentandone l’assurdità delle sue rigide regole. Con la sua “obbedienza” alle regole del “conformismo” egli ne mostrò il ridicolo con una critica quasi sovversiva.

Nelle sue successive serie By The Ground (1991) Mikhailov fotografò orientando la macchina fotografica verso il basso, abbassando il punto di vista per deridere la regola che vietava di scattare da una certa altezza e per evidenziare le condizioni di indigenza della popolazione. Con un’economia prevalentemente povera, quando l’Unione Sovietica cadde, Mikhailov reagì alla scarsa reperibilità di carta fotografica stampando quattro foto in un unico foglio, rendendo tangibili le condizioni economiche ma al contempo creando associazioni inattese tra le foto.

Egli trovò estremamente ingegnosi i metodi con cui aggirare le restrizioni sovietiche. E ancora, noi come osservatori esterni, necessitiamo di più elementi per valutare appieno il lavoro di Mikhailov. Che il regime non fosse convinto appieno del suo lavoro lo si evince dal fatto che sino al 1990 Mikhailov non potè organizzare una mostra fotografica in Unione Sovietica.

Dopo il collasso dell’URSS la vita cambiò radicalmente e Mikhailov reagì insapettatamente realizzando un’impressionante quantità di serie (1997-1998). In 400 foto dell’Ucraina egli documentò gli effetti estremi del capitalismo rampante. “Il collasso dello Stato segnò anche il collasso della civiltà”, osservò. Il lavoro era principalmente concentrato sulle persone che spesso vivevano ai margini della società – senzatetto, prostitute, ubriaconi, bambini di strada – dando loro un segno di presenza.

Di seguito un po di link dove approfondire la conoscenza con Boris Mikhailov. Alcuni sono in inglese.

http://www.saatchigallery.com/artists/boris_mikhailov.htm

https://www.moma.org/calendar/exhibitions/1125

http://www.doppiozero.com/materiali/clic/boris-mikhailov-ukraine

https://www.lensculture.com/articles/boris-mikhailov-boris-mikhailov-a-retrospective

https://www.lensculture.com/bmikhailov