Daido Moriyama

Il Giappone, negli anni ’60, era intrappolato tra tradizioni ultracentenarie e l’influenza del mondo occidentale e in particolare dell’America.

In tempi di cambiamenti sono gli artisti che vengono chiamati a dargli un volto. Daido Moriyama fu tra questi artisti. Nel 1968 l’avanguardia artistica che ruotava attorno al famoso fotografo Shomei Tomatsu (1930-2012), compreso Moriyama, fondò la rivista Provoke come centro per le voci artistiche alternative – a cui Moriyama contribuì per il secondo numero.

Sebbene di questa rivista furono pubblicati solo tre numeri, la sua importanza – e quella del suo manifesto – andarono ben oltre. Essi dichiararono che la fotografia non era semplicemente una testimonianza visiva di ciò che si trovava di fronte all’obiettivo ma anche, e soprattutto, un modo per comunicare l’esperienza del momento. Le convenzioni della fotografia furono messe in discussione e il fulcro venne spostato verso “l’afferrare con i nostri occhi quei frammenti di realtà lontanissimi dalla ricerca di lunguaggi preesistenti”.

E fu sulla base di questi principi che Moriyama sviluppò il suo linguaggio personale, dicendo che “per me catturare ciò che sento col mio corpo è più importante dei tecnicismi fotografici. Se l’immagine è mossa, allora è ok; se è fuori fuoco, allora è ok. La chiarezza non è ciò che definisce la fotografia”.

E non lo erano neanche l’alto contrasto o la grana, ma era vero il contrario. Soprattutto in un tempo di perfezione tecnologica digitale, le immagini di Moriyama sono così inquiete e insolite esattamente come quelle che furono pubblicate su Provoke, sebbene in modo differente. In quei giorni la precisione tecnica era ancora un importante criterio fotografico. Nobuyoshi Araki, collega di Moriyama, disse che i fotografi erano schiavi della macchina fotografica e che Moriyama li aveva liberati da questo vincolo.

Con la teoria secondo cui “la macchina fotografica non è il fulcro”, Moriyama lavorava principalmente con macchine compatte, prima analogiche e poi digitali. Ovviamente ciò influisce sul risultato. Con una compatta si può agire con maggiore libertà, con più spontaneità e passando maggiormente inosservati. E, mentre in alcuni casi la qualità è inferiore, ciò non preoccupa affatto Moriyama, anzi per lui vale l’esatto opposto.

In molti lavori fotografici si trova la precisione tecnica e la precisione digitale ma spesso il sentimento è completamente assente. In fotografia la grana, il contrasto, la profondità di campo e la spontaneità sono tutti fattori importanti per il significato della foto. E, come in pittura, spesso una bozza è più diretta ed espressiva del quadro ben rifinito ed esposto in un museo, così in fotografia, il rozzo, disordinato, e le immagini tecnicamente imperfette sono quelle che spesso lasciano il segno nell’osservatore.

E’ l’immediatezza e la spontaneità di Moriyama, la sua vicinanza emozionale con l’immagine che egli esprime con le sue foto così grezze.

Non è una coincidenza che, nel nuovo millennio, i lavori di Moriyama vengono riscoperti e celebrati, tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. Nel 1194, Joel Meyerowitz pubblicò un importantissimo libro per la street-photography in cui l’assenza di Moriyama e dei suoi colleghi si faceva pesantemente sentire. E’ quindi una cosa fantastica che il lavoro di Daido Moriyama abbia finalmente trovato il giusto riconoscimento.

Per approfondire la conoscenza con Daido Moriyama vi segnalo alcuni siti web (anche in inglese):

https://www.moriyamadaido.com/en/

http://www.grandi-fotografi.com/single-post/2016/03/08/Daido-Moriyama-il-maestro-della-street-photography-giapponese

https://www.artsy.net/artist/daido-moriyama

Daido Moriyama, il padre della street photography giapponese.

Daido Moriyama – Fondazione Fotografia.

Five lesson about street photography Moriyama taught me.