Josef Koudelka

Koudelka era conosciuto in Cecoslovacchia come fotografo del teatro espressionista. Durante la primavera di Praga del 1968 fotografa l’invasione delle truppe russe riuscendo a far uscire le foto fuori dal paese e farle giungere a Elliott Erwitt, all’epoca presidente dell’Agenzia Magnum. Queste foto vennero poi pubblicate nel 1969, nell’anniversario dell’invasione e consentirono a Koudelka di diventare famoso. Egli venne insignito – sebbene in forma anonima, per proteggerlo – del Robert Capa Gold Medal. Koudelka mantenne questo segreto sino al 1984 quando ammise di esserne l’autore.

Da allora la popolarità di Koudelka crebbe grazie ad altri suoi progetti fotografici. Il suo libro, Gypsies, del 1975, contribuì a far luce sulla vita delle comunità Sinti e Roma, cancellandone  i luoghi comuni. Mise invece in luce la povertà così come le tradizioni e la poeticità di questo popolo sparpagliato per tutta l’Europa.

Lo stesso Koudelka visse per un lungo periodo come un nomade senza fissa dimora fatte salve le ospitate presso la sede parigina della Magnum o presso un collega londinese, David Hurn. In questo modo visitò l’Europa fotografando ciò che riteneva interessante. Il risultato furono fotografie con una poetica oscura miste ad energia, immaginazione e con un’incredibile sensazione di partecipazione. Koudelka è un vero e proprio poeta della fotografia e rappresenta un ideale della street photography nella quale si fondarono, più che in ogni altro genere fotografico, gli elementi essenziali dell’arte: osservazione, immaginazione, un occhio attento e una sensibilità particolare verso i luoghi e le persone.

“Io non spiego le mie fotografie. Esse dovrebbero parlare a chi le guarda, non il contrario”. Diversamente dall’arte astratta, c’è sempre un punto di riferimento: il soggetto. Ma cosa ci dice il soggetto? Cosa dice al fotografo che lo considera così interessante e pertanto degno di essere fotografato? E cosa dice all’osservatore?

Per alcuni la fotografia è forse meno un mezzo espressivo di quanto non sia un mezzo d’impressione. Koudelka colleziona le impressioni che lo colpiscono e le restituisce sotto forma di fotografia. Ma cosa raccontano le immagini? Esse parlano di un occhio triste e malinconico. La madre di uno dei suoi figli gli disse “Josef tu esplori la vita e riporti tutta l’energia positiva e tutta la tristezza. Devi lasciare che tutto questo finisca nello zaino che ti porti appresso quando fotografi e che uscirà fuori nelle tue foto”.

Koudelka sente che potrebbe esserci del vero in questa affermazione.

Mentre lui tace in merito alle sue foto, noi riportiamo le parole di un altro poeta della fotografia, André Kertész (1894-1985) che può rappresentare una summa del lavoro di Koudelka e che può essere un lascito ai giovani fotografi ovvero “indossate scarpe comode perchè ogni passo nel mondo reale può aprire un abisso di poesia”.

Alcuni articoli su Koudelka reperiti sul web:

http://www.repubblica.it/r2-fotorep/2017/04/06/news/josef_koudelka_la_fotografia_e_un_arte_nomade-162311242/

Josef Koudelka, il “fotografo di Praga”

http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2012/06/23/gli-zingari-di-josef-koudelka-e-altre-storie/8205/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/27/scarpe-fotografiche-di-josef-koudelka/544067/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/28/fotografia-se-ami-josef-koudelka-ci-puoi-anche-litigare/3939677/

http://pro.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=CMS3&VF=MAGO31_10_VForm&ERID=24KL535C7T

http://www.lastampa.it/2012/06/21/cultura/joseph-koudelka-gli-zingarimi-hanno-cambiato-la-vita-DSaSFe1aBPW8q7kAcYCTJN/pagina.html