William Eggleston

Quando William Eggleston guadagnò le attenzioni nazionali come fotografo, negli anni ’60, la critica fu colpita dalla novità portata dalle sue immagini e dall’anonimato da cui proveniva. Eggleston nacque nel sud dell’America e la sua crescita come artista avvenne principalmente in una condizione di isolamento. Iniziò a scattare foto da ragazzo, negli anni ’50, ispirato dalla fotografia documentaria di Henri Cartier-Bresson e utilizzando una composizione asimmetrica ed energica per catturare la bellezza del momento effimero. Dalla metà degli anni ’60, Eggleston iniziò a sperimentare con il colore, un mezzo espressivo ampiamente considerato “volgare” dai fotografi d’arte del tempo. Egli iniziò  a realizzare immagini che il mondo dell’arte definì “scatti falliti” laddove gli esseri umani venivano ripresi obliqui o parzialmente tagliati fuori dall’inquadratura. Ma, esaminandole meglio se ne poteva ammirare una composizione sapientemente pensata.

Nel 1967 Eggleston mostrò il suo lavoro al curatore John Szarkowski al Museo di Arte Moderna. Szarkowski sostenne il lavoro del giovane fotografo e fu colpito da ciò che vide. Come Eggleston ebbe a ricordare in seguito, “chiesi un appuntamento, avevo moltissime stampe, molte in bianco e nero ed alcune a colori. Lasciai le foto e, quando tornai dopo qualche giorno, mi disse che non aveva mai visto niente di simile prima di allora”. Il museo volle acquistare alcuni suoi lavori sostenendo quindi il valore di Eggleston.

Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70 sperimentò nuovi metodi per le stampe a colori. Questi comprendevano il metodo cromogenico (o realizzare le stampe direttamente dal negativo a colori) così come il processo basato sul trasferimento della tintura. Entrambi i metodi consentirono a Eggleston di ottenere colori più ricchi e vibranti di quanto avesse ottenuto fino a quel momento. L’esempio che segue:

William Eggleston. Untitled, Huntsville, Alabama 1970 ca.

datato intorno al 1970 mostra le caratteristiche tipiche del lavoro di Eggleston. La scena, composta con cura, prende energia dalle aree di colore acceso. Ancora c’è un qualcosa di irreale, vagamente umoristico in questa foto. Sembra che Eggleston stia per rivelarci le stranezze nascoste nel cuore dell’America. L’immagine può anche essere confrontata con un paesaggio immaginario. Lo stesso Eggleston si riferisce a un suo sogno quando dice “Mi sono addormentato, sono in un mondo abbastanza lontano da me, con luci in movimento e forme perfettamente definite.”

La visione bizzarra, colorata dell’America avrebbe ispirato varie generazioni di fotografi successive alla sua.

Come sempre vi invito ad approfondire la conoscenza di William Eggleston facendo una ricerca su Google. Di seguito qualche link interessante (anche in inglese):

http://www.egglestontrust.com/

https://www.internazionale.it/foto/2016/08/26/william-eggleston-foto

https://www.theguardian.com/artanddesign/william-eggleston (qua trovate link a molte risorse su Eggleston, e non solo)

https://www.theguardian.com/artanddesign/2017/nov/19/william-eggleston-interview-i-play-the-piano-musik-photography

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-09-02/william-eggleston-genio-foto-colori-181337.shtml?uuid=ADJENJEB