Lavorare con etica. I consigli alla base della carriera di Susan Meiselas

LE CONVINZIONI PERSONALI CHE SONO ALLA BASE DELL’APPROCCIO INCLUSIVO DELLA FOTOGRAFIA DI SUSAN MEISELAS

NICARAGUA. 1984. Stencil of a Sandinista rebel throwing a molotov cocktail. Susan Meiselas Stencil of a Sandinista rebel throwing a Molotov cocktail. Nicaragua. 1984. © Susan Meiselas | Magnum Photos

Nel fotogiornalismo l’espressione prima linea ha un significato specifico, ovvero la zona immediatamente a contatto con il pericolo, solitamente in un campo di battaglia. Ma per Susan Meiselas, fotografa dell’agenzia Magnum, il termine assume un’espressione più astratta. Per la Meiselas la prima linea non rappresenta solo “uno spazio geografico” ma, dice “un fotografo documentarista non solo può attraversare quella zona, ma può mostrare che le zone di conflitto possono essere anche le nostre case, può essere una condizione mentale e non solo il campo di battaglia in qualche lontana zona di guerra”.

La fotografa americana, che è entrata nel team Magnum nel 1976, ha passato gran parte della sua prolifica carriera immergendosi in profondità nelle vite degli altri e, a volte, in zone di guerra, ma spesso in zone più tranquille, laddove i soggetti diventano una parte collaborativa nel creare un lavoro che rappresenti molto di più di ciò che le fotografie mostrino. Una retrospettiva della carriera della Meiselas aprirà a febbraio 2018 presso il Jeu de Paume.

Susan Meiselas Self Portrait. 44 Irving St. Cambridge, MA. USA. 1971. © Susan Meiselas | Magnum Photos

Secondo Meiselas, la fotografia è solo una parte di un progetto più ampio di documentazione e di forgiatura di connessione e comprensione. “Le fotografie sono incontri immediati e personali che durano solo un momento. Questi incontri possono creare in un secondo momento un ponte per costruire racconti più ampi, che vanno oltre la storia personale di qualcuno, verso una più ampia storia nazionale o culturale. La fotografia è quindi un mero punto di partenza”. I cardini degli intrecci di una comunità nello storytelling fotografico della Meiselas formano un approccio collaborativo che si è manifestato lungo tutto il suo lavoro, dalle spogliarelliste nel New England fino a una insurrezione in Nicaragua. Guardando indietro nei suoi lavori chiave per la realizzazione di un nuovo libro, On the frontline, Meiselas fornisce un’acuta cronaca sul suo approccio alla fotografia e offre consigli pratici ai fotografi che cercano di approfondire le loro relazioni con i soggetti con cui lavorano.

Per realizzare un buon ritratto dovete rivelare un momento privato che può sembrare quasi come un tentativo di furto

Susan Meiselas 44 Irving St. Cambridge, MA, USA. 1971. © Susan Meiselas | Magnum Photos

ESSERE FOTOGRAFATI

Mentre viveva in una pensione a Cambridge, nel Massachiussets, nel 1971, Meiselas puntò la fotocamera su se stessa. I sentimenti provati con i soggetti delle sue fotografie ci avrebbe comunicato sul suo approccio collaborativo, da quel momento in poi:” Per realizzare un buon ritratto dovete rivelare un momento privato, che può sembrare quasi un tentativo di furto”.

“C’è poi la possibilità di costruire un ritratto o di costruire un momento. Volevo sistemarmi in una pensione perchè vivevo là ed ero presente. Contemporaneamente mi sentivo invisibile. Questa invisibilità ha creato una tensione nel mio lavoro. Sono presente ma voglio evitare di concentrarmi su me stessa. Non sono una “mosca sul muro”: non pretendo di non essere lì, ma non sono io la “storia”. Posso essere il ponte, la guida, e in qualche modo collaborare col soggetto”

 

CREARE UN RACCONTO

Dal 1972 al 1975, Meiselas ha trascorso le estati fotografando e intervistando donne che facevano lo spogliarello per i carnevali in piccole città del New England, Pennsylvania e South Carolina. Con un approccio collaborativo che includeva le interviste, ritrasse le ballerine sia sul palco che fuori dal palco, fotografando sia i loro spettacoli che la loro vita privata con i manager e gli spettatori. Quando mostrò il lavoro, il racconto includeva le immagini accompagnate dalla voce dei protagonisti. Il libro intercalava brani di testo trascritto in tutte le foto.

“Non mi vedo come un’artista che semplicemente lavora all’interno di una comunità di artisti. Sono più interessata alla comunità dal quale il lavoro proviene. Io resisto alla catalogazione all’interno del termine fotogiornalismo, che inserisce un lavoro all’interno di una scatola. Questo lavoro non è nato per finire su una specifica pubblicazione, ma è stato in seguito visto su svariate pubblicazioni. La differenza è sostanziale. Il lavoro è stato mostrato in primis sulle pareti, non sulla carta stampata. Le donne mi hanno permesso di entrare nelle loro vite, successivamente il libro ha portato alla luce un mondo nascosto all’attenzione pubblica, condividendo così una storia complessa”

Susan Meiselas Street fighter, Managua, Nicaragua. 1979. © Susan Meiselas | Magnum Photos

COLLABORAZIONE

Meiselas intende l’atto del fotografare come una collaborazione che non termina appena si scatta la foto, ma la relazione tra lei e il soggetto continua a lungo anche in seguito, laddove Meiselas trova dei modi creativi per coinvolgere le persone che fotografa. Nel suo primo lavoro in Massachissets, lei mostrò lei mostrò le foto ai soggetti e chiese loro come si vedessero rappresentati in queste foto. Mostrò poi le parole da essi pronunciati a fianco delle immagini durante la mostra. Deve essere il soggetto a volermi là affinchè io possa sentirmi partecipe”, spiega Meiselas.

Susan Meiselas Mural project in Cova da Moura, a Cape Verde immigrant neighborhood on the outskirts of Lisbon. Lison, Portugal. June 2005. © Susan Meiselas | Magnum Photos

Qualche anno più tardi a Cova de Moura, in Portogallo, quando il suo lavoro stava per essere esposto a Lisbona, tornò nel quartiere che aveva fotografato con un nuovo modo per coinvolgere le persone che aveva fotografato. “Sapevo che nessun ragazzo sarebbe andato in centro città. Un museo non rappresentava niente per loro. Ho pensato che avrei dovuto lavorare a un progetto parallelo che coincidesse con l’esposizione al museo”. Così Meiselas tenne un workshop di fotografia, diede loro delle macchine fotografiche usa e getta con cui lavorare, quindi fece installare le riproduzioni dei suoi ritratti e delle loro  fotografie nelle strade della loro comunità.

TORNARE E RESTITUIRE

Meiselas andò in Kurdistan per documentare la campagna di Anfal di Saddam Hussein contro la popolazione Kurda in Iraq. Iniziò così a lavorare con gli studenti kurdi e la comunità per raccogliere e riprodurre le fotografie provenienti dal Western archivio e dalle collezioni di famiglia per creare una storia visuale, sia in forma di libro che di mostra.

La seconda edizione del libro le diede l’opportunità di aggiornare un altro decennio di storia, e tradurre parti del libro in sorani, la lingua del Kurdistan centrale e in turco. Sfortunatamente il libro venne proibito in Turchia di conseguenza Meiselas non fu in grado di consegnarlo alle popolazioni al confine Kurdo. I libri vennero ristampati in Spagna e delle copie vennero trasportate tramite navi a Dubai da dove poterono essere spediti tramite corriere aereo direttamente in Kurdistan. Là Meiselas aiutò a distribuirli nelle librerie, università, alle famiglie e a chiunque contribuì.

Una fotografia è sempre una registrazione di una relazione. Le persone che hanno contribuito con fotografie, che hanno fatto o trovato e che hanno dato a una persona estranea interessata alla loro storia era per loro molto importante. Con la restituzione sotto forma di libro, il cerchio di ciò che generosamente era stato condiviso, si chiudeva

 

Susan Meiselas Kurdistan, Iraq. 2007. © Susan Meiselas | Magnum Photos

 

Si conclude questo interessante articolo che spiega in breve la filosofia etica del lavoro di una grande fotografa, Susan Meiselas.

Ricordo che questo articolo è una traduzione di un articolo originariamente pubblicato qua: https://www.magnumphotos.com/theory-and-practice/susan-meiselas-work-ethic/?utm_source=fb-social&utm_medium=social&utm_campaign=Editorial

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