Le conseguenze non dette della vita di un fotogiornalista

Questa è una traduzione dell’articolo originale che potete trovare qua: http://time.com/4311394/the-unspoken-consequences-of-a-photojournalists-life/  dove potrete prendere anche visione delle foto e di un interessante video di Lindsey Addario.

Ed Kashi, fotografo documentarista dell’agenzia VII scrive in merito al bilanciare la vita professionale e quella privata, evidenziando l’ “impatto residuale” che una professione solitaria, spesa documentando “dolore, sofferenza, violenza e morte” può avere sulle persone care.

Per coloro che contemplano la vita da fotogiornalista, facendo attenzione alle sfide personali e i dubbi che ti attendono.

Io ho speso l’intera vita cercando di diventare invisibile. Come documentarista il mio scopo è quello di diventare invisibile, osservare senza disturbare il mondo che sto provando a rappresentare. E’ ovviamente impossibile raggiungere questo obbiettivo, ma ciò non mi ha fermato dal provarci. Mimetizzarsi nel contesto può essere una strategia funzionale per testimoniare quei momenti che sarebbero altrimenti inaccessibili. Quella spontanea intimità è il termine che uso per descrivere il mio lavoro, e il mio nascondermi nel nulla è imperativo.

Dopo più di 30 anni nel perfezionare questa routine nel mio lavoro, sto confrontandomi con l’impatto che questo ha con la mia vita privata. Come ho detto non ho niente contro il mio lavoro. Nelle ultime tre decadi la mia energia è stata canalizzata nel forgiare la mia identità come documentarista, nel processo per diventare quello che sono diventato nel mio lavoro. L’ho fatto così bene che mi sento definito solo nel ruolo di fotogiornalista, filmmaker e insegnante. Una macchina da lavoro.

Sì, ho due bambini bellissimi che sono la mia linfa vitale e una compagna che mi sostiene incondizionatamente, ma il più delle volte io sto sempre perfezionando il mio metodo di lavoro. Il risultato è un profondo senso di solitudine e di degradante insicurezza. Sono stato esposto a dolore, sofferenza, violenza e morte i cui effetti mi pongono in vuoti di esistenza più spesso di quanto avrei immaginato e più spesso di quanto mia moglie sperasse di condividere. Sono consapevole del fatto che ogni volta che torno a casa le domande a cui dovrò rispondere sono “Quanto a lungo starai a casa?”, “Da dove torni questa volta?” o ancora “Dove andrai la prossima volta?”. Sono domande innocenti ma rinforzano il mio senso di alienazione. Perdermi nella vita degli altri, che siano drammi o gioie, dolori o mutamenti, mi ha reso incapace di vivere la mia vita. Devo imparare nuovamente come stare e come relazionarmi con gli altri nei momenti di calma e relax. Vivo con l’ansia da società e può essere difficile, a volte travolgente, impegnarsi con situazioni al di fuori dell’ordinario. Conosco veterani di guerra, sopravvissuti a traumi e anime sensibili che la vita ha calpestato.

Il cliché di voler sempre essere al posto giusto al momento giusto è necessario per il lavoro di documentazione fotogiornalistica. Agli inizi non sapevo come fare o cosa era richiesto. Ho lavorato sull’istinto, passando attraverso tentativi ed errori. Lo stress e la frustrazione erano sempre dietro l’angolo, ma ho fatto del mio meglio. Ci sono state innumerevoli situazioni in Medio Oriente o in Africa dove volevo catturare qualcosa della vita quotidiana solo per poter indugiare nella vita dei piccoli villaggi. E’ stato complicato e frustrante sentirsi continuamente fuori da casa. Mi ricordo i tentativi di catturare un pranzo in famiglia solo per imbattermi nella generosa speranza di poterlo condividere con loro. Ho provato a spiegare loro che dovevano mangiare senza di me, ma ho realizzato presto che sono passato dall’essere sgraziato all’essere semplicemente schietto o maleducato.

Mi ci sono volute moltissime occasioni per imparare che è molto meglio, dalla semplicità delle persone all’ambizione di un fotogiornalista, seguire la corrente.  Le mie foto hanno cominciato a diventare più semplici e i contatti con gli altri sviluppati con più armonia e anima e con quella confidenza per la quale mi sono impegnato nel mio lavoro. Ma attraverso tutto questo processo, ho perso me stesso. Mi sono abituato a provare il garbo di quanti hanno infinitamente meno di me. Quando sono a casa mi sento ansioso e fuori posto. Non che mi senta colpevole: non mi sento confortevole nella mia pelle. Certe domande sono diventate troppo inquietanti da ignorare. La mia macchina fotografica è diventata il mio scudo protettivo. Non sono più me stesso senza di essa? Com’è possibile? La mia vita è ricca, qualcuno potrebbe anche dire rovinata. E’ questo un’altro “primo problema del mondo?” E io dovrei solo rimanere indifferente? Spesso ci scherzo, pur non trovandolo divertento, che il famoso detto di René Descartes sarebbe, per me, tradotto in “registro, quindi sono”.

Come fotogiornalista puioi avere il privilegio dell’ampia conoscenza del mondo, delle culture, dei processi della tecnologia e degli affari, perfino dei piccoli momenti magici della vita quotidiana. Puoi provare l’estrema bellezza sia della natura del mondo che della natura umana. Puoi persino testimoniare dolore e sofferenza, odio e violenza e io vi incoraggio a provare. Ma mentre ti formi per praticare al meglio la tua arte e il tuo lavoro, sii consapevole di ciò che può essere dimenticato mentre lasci che ti consumi. O potresti perderti.

 

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