Povertà e miti in America

Il fotografo dell’agenzia Magnum Matt Black ci parla del suo attuale progetto incentrato sulla rappresentazione della povertà in America, andando oltre quelli che sono i metodi tradizionali con cui i media mainstream affrontano questo argomento.

Matt Black Payday lenders. Leesville, Louisiana, USA. 2017. © Matt Black | Magnum Photos

 

Il progetto di Matt Black, tutt’ora in corso di realizzazione, La Geografia della Povertà, guarda a determinate “aree designate di povertà” – con tassi di povertà sopra il 20% come definito dal Censimento Americano –  ed esamina le condizioni di impotenza, pregiudizio e pragmatismo tra i poveri americani. Avendo viaggiato per oltre 100mila miglia per 46 stati – più Porto Rico – Black ha verificato che piuttosto che trattarsi di anomalie, queste comunità sono intrecciate al tessuto del Paese esattamente come il sogno americano.

In effetti, in seguito a un viaggio di due settimane attraverso gli Stati Uniti dello scorso dicembre, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulle povertà estreme Philip Alston ha redatto un feroce rapporto nel quale dice “il sogno americano sta diventando rapidamente l’illusione americana, portando il Paese ad avere il più basso tasso di mobilità tra i Paesi ricchi”

Così come le Nazioni Unite lanciano la giornata mondiale per l’eradicazione delle povertà estreme, così Matt Black riflette sul suo lavoro e sul perchè dissipare alcuni falsi miti è fondamentale per comprendere l’identità americana.

Matt, hai iniziato questo progetto nel 2014. Qual’è stata la sua genesi?

Il progetto è iniziato nella mia terra natale ovvero la California rurale – la Central Valley della California. E’ incentrato sulla povertà ma anche sull’America più in generale e su quale parte dell’America attira l’attenzione e quale invece no. Nel suo senso più ampio il progetto tratta dei miti e delle contraddizioni dell’America, non sulla povertà e sull’isolazione.

Questi miti sono generalmente focalizzati sul sogno americano?

Esatto

Le tue mappe mostrano quanto sia diffusa la povertà in America, ma molti fanno di tutto per ignorarlo. Cosa speri di mostrare che gli altri non vedono o fingono di non vedere?

Sto provando a sfidare queste idee che descrivono in modo troppo semplicistico ciò che l’America è. E’ questione di chi deve definire cosa l’America è. Basandomi sulla mia esperienza e dal luogo da cui provengo so che la faccenda è ben più complessa. Sono cresciuto in una piccola città della Central Valley: a quattro ore di macchina a sud di Los Angeles e a quattro ore a nord da San Francisco, ma c’era sempre il sentimento di essere in mezzo al nulla. E’ un luogo caldo, secco, agricolo e povero. E’ California ma non la California di cui le persone vogliono parlare o che vogliono vedere.

Come viene rappresentata la povertà dai media mainstream e come si differenzia rispetto a quanto hai visto tu?

Non sono a conoscenza della rappresentazione data dai media mainstream, tutto ciò che so è la realtà che sto provando a rappresentare. C’è un fattore economico, ma ritengo ci sia molto di più, più una causa che un effetto. E’ tutto nel reale potere sociale. E’ parte di una gerarchia sociale: chi ottiene i beni necessari e chi no; chi è stimato e chi invece non lo è. E’ più complicato di quanto non sia ragionare in soli termini monetari.

Pensi che una delle cause sia il modo in cui questa storia è rappresentata o meno dai media? Ti senti frustrato da ciò?

Di nuovo, non sono informato su ciò che fanno i media tradizionali ma sì, ci sono modi più morbidi di rappresentare questa storia e altri che sono più complessi e diretti. Questi ultimi sono quelli che più si avvicinano alla realtà.

Pensi che ciò dipenda dal fatto che l’America ha, almeno in superficie, un suo forte senso identitario, più di altri paesi? Questa idea che viene inculcata da generazioni che se lavori duramente puoi ottenere ciò che vuoi. E’ per questo che le persone si rifiutano di credere che la poverà non abbia colpevoli?

Esatto. Tutte queste cose sono insite nell’identità americana. E’ ciò che rende complesso questo tema, per via della radicalizzazione di questo preconcetto e l’autostima e ogni cosa ad essa collegata.

Come parte delle commemorazioni per il giorno della Povertà delle Nazioni Unite viene incoraggiata “una genuina collaborazione con le persone che vivono la povertà”. Pensi di aver centrato l’obbiettivo con Geography of Poverty?

E’ importante aggiungere che non si può parlare della povertà nell’isolamento senza parlare di tutto il resto. E’ parte di una struttura sociale in cui chiunque è coinvolto. Non puoi ridurre tutto a un “noi” o un “loro”.

Ogni cosa tende a dividere, diventanto più iniquo – e sembra stia rompendosi l’idea stessa di Paese. Matt Black

Matt Black Photographer Matt Black has completed four cross-country trips photographing communities of “concentrated poverty” across forty six U.S. states © Matt Black | Magnum Photos

Respingi, almeno in parte l’etichetta povertà? E’ ovviamente un termine descrittivo – in America c’è chi guadagna meno di $12,140 all’anno – ma può la parola stessa diventare problematica perchè la situazione è molto più complessa?

Prima di tutto io guardo a un certo tipo di geografia: le zone povere in America e com’è la vita in quelle zone. Questi sono i posti e le comunità che lì vivono, che sono alla base di questa struttura di potere. Il tema con cui mi sto confrontando è il significato, in termini di esperienze di vita, la provenienza da quei luoghi e il senso di sè? Tutte queste cose sono particolarmente impegnative in quanto creano il mito stesso dell’identità americana: questo non sembra associabile al posto da cui si suppone che si provenga. Ma sì, il termine povertà è di per sè un problema in quanto è un termine che crea emarginazione. Dodicimila dollari sono un mucchio di soldi in molte parti del mondo e gli edifici popolari possono essere considerati dei palazzi – ma non negli Stati Uniti. Questo perchè povertà è un termine con un significato relativo e, cosa importante, ha risvolti psicologici. C’è dell’incredibile brutalità, il vero potere, dietro questo termine.

Sembra quasi che queste persone debbano quasi scusarsi per il fatto di non vivere secondo gli standard imposti dallo stile di vita americano.

Esatto. Questi luoghi comuni esistono ancora perchè c’è chi li alimenta.

Hai detto che la povertà è “culturale”. E’ ciò che intendi, ogni cosa ad essa legata è come una condizione culturare in sè e per sè?

Esattamente. E’ una condizione mentale, è identità, è tutte queste cose insieme.

Il modo in cui il tuo viaggio è stato pianificato serve a fornire una sorta di interconnessione alla povertà, per unire dei punti, se vogliamo?

Sì, assolutamente, ma sto anche unendo visivamente dei posti in una comune narrativa visuale.

All’inizio del progetto avevi idea di quanto vasto fosse questo livello di deprivazione e quanto fosse interconnesso?

Mi aspettavo la situazione opposta: mi aspettavo di dover faticare per trovare questi posti e che fossero molto separati tra loro.

Bisogna tornare indietro all’esperienza dei Nativi Americani, quando i primi coloni europei giunsero qua per avere un’idea di divisione delle comunità. E’ questo a cui alludi, all’approccio “dividi e conquista”?

Sì, sembra esattamente l’approccio corrente.

Sono interessato alle piattaforme da te utilizzate per condividere il lavoro, nello specifico i social media e Instagram, che ti forniscono un contatto diretto con chi vede il lavoro. Com’è stato recepito? Sei stato contattato da altre persone che vivono situazioni di povertà dicendoti che si sentivano rappresentati dal tuo lavoro?

E’ iniziato come un esperimento nel momento in cui ho cominciato a postare foto della California, comunità in cui ho lavorato e che non sono molto conosciute. Non ero sicuro della reazione che avrebbe ricevuto, ma è stato positivo; un modo di pubblicare un lavoro facendolo sembrare meno freddo e impersonale. Ed è stato molto interessante il commento più frequente, ammesso che sia possibile categorizzare questi commenti in qualche modo, è stato “quando verrai nella mia città?”. Penso che ci sia un forte senso di comunità in questi posti.

In conclusione, che risultato speri di raggiungere una volta terminato il lavoro?

Per me è una dichiarazione important. Mi auguro che possa ispirare una più ampia e critica visione di com’è la vita in America.

Offrendo ai cittadini gli strumenti per investigarsi al meglio, è corretto? Utilizzare la fotografia come punto di partenza per le persone per comprendere coloro che gli vivono a fianco?

Esatto. E’ per cercare di mettere insieme comunità vicine che solitamente si ignorano e non hanno una visione comune. E’ la parte più interessante del progetto.

Una cosa, più in generale, in termini di rappresentazione è questa: insita nel lavoro e il motivo per cui l’ho iniziato era un certo modo piuttosto imperfetto di parlare di questo argomento: ti rechi in un certo posto, ci passi il tempo che ritieni necessario per renderlo familiare e intimo possibile, quindi pubblichi il lavoro. Insita nel lavoro è ancora quell’idea che la povertà vada rappresentata come un’anomalia, come qualcosa che è ai margini, solo in quei luoghi e tu devi cercarla. Appurato che questa idea fosse insita nelle motivazioni del progetto ho voluto criticare il modo con cui si pensa alla povertà, mostrandola marginalizzata anzichè come qualcosa ben integrata nella società, trattandola come un’oggetto anzichè un’esperienza di vita

In pratica vuoi reindirizzare questo squilibrio circa il modo di percepire il proprio Paese da parte delle persone. Hai già verificato in passato come questa voragine stia allargandosi e in sintonia col rapporto delle Nazioni Unite l’America povera sta diventando più povera per via della politica di Trump. Quando hai iniziato il progetto c’era Obama. Hai notato variazioni significative con la nuova amministrazione?

Ciò con cui ho a che fare è qualcosa a lungo termine che si colloca nel tempo, nella storia americana, però sì, tutto si sta intensificando ora e la diminuzione dell’azione sulla povertà sta contribuendo alla crescita e al suo rafforzamento. Ogni cosa sta creando divisioni, diventanto più iniqua. E l’idea di un Paese comune sta passando in secondo piano.

Matt Black Snowstorm. New Haven, Connecticut. USA. 2016. © Matt Black | Magnum Photos

 

Traduzione dell’articolo a cura di Marco Scotto.

Potete leggere l’articolo originale, in inglese, collegandovi al sito: https://www.magnumphotos.com/arts-culture/society-arts-culture/poverty-and-mythologies-in-america/?fbclid=IwAR0lg84y-Fora05qMQL9-vJ_5X9K4RKV_LyLgq-ncTgANn-BBw5zvz8R7ig

Per tutte le foto: © Matt Black | Magnum Photos

 

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